Ecco, ormai aveva deciso. Via, cancellava tutto.Niente più messaggi nel telefonino. Niente documenti salvati sul pc.
Via le foto…No, quella stampata su carta no, non poteva buttarla. Quella no.Non poteva neanche guardarla. Veramente.Ogni volta era una stretta al respiro, come andare sott’acqua. Un crampo. Un sibilo di treno che sfreccia nella notte. E non lo vedi.Non poteva guardarla.Quindi non si poteva neanche buttare. (la scusa c’era)Sarebbe stata lì, in quella bustina gialla, nella sua borsa, o nell’altra.
Passando di tana in tana, chiusa, senza luce, senz’aria. Come lei.Un pezzetto di carta lucida, con dentro quegli occhi e tutti i ricordi.
Quei colori, quel sorriso appena disegnato, lieve, impercettibile, che si teneva nel cuore come un bagliore. E il contorno del viso, quella ciocca ribelle, da ragazzino spettinato che ha posato adesso adesso il pallone. Un po’ accaldato. E bello. Bello come la giovinezza. Come il sole che filtra dalle persiane la mattina. Cosa non si perdona alla bellezza. Lo dice anche Mann. Tutto si può perdonare alla bellezza. Si ricordava d’averlo letto da qualche parte. Ah, sì. La morte a Venezia. Sì, lì
Se la teneva per poterla guardare, quella foto. La Bellezza. Ancora. Guardare solo una volta. Ecco. Solo una volta. Magari. Ma no.A che sarebbe servito?E invece serviva. Certo. Guardarla solo un pochino. Affondare gli occhi in quegli occhi.Guardarla con una tale intensità da riuscire ad evocarla, a costruire l’immagine. A materializzarla.
Ti amo. Ogni volta pensava così. Mi sentirai, no?Certe volte aveva quasi la sensazione che il suo desiderio potesse tanto. Sarebbe riuscito a farla comunicare con lui. Attraverso quella foto. Tanto sentiva potente la forza dei suoi sentimenti. Tanto forte sentiva il rombo del mondo d’amore che aveva dentro. Che scoppiava. Ribolliva di struggimento. L’avrebbe sentita. Sicuro. (Ma no, piantala! Piantala. Stupidaggini.) C’era sempre una voce razionale pronta a prenderla a schiaffi, in fondo ai pensieri. Comunque.Però continuava fantasticare. Le fantasticherie vincevano sempre. E poi non aveva niente da fare. E nessuna voglia di far niente. Adesso.
Sperava che guardando tanto intensamente quella foto, facendosela entrare nell’anima, scavandola con gli occhi, bevendola come fosse una droga lui, ovunque, in qualsiasi luogo del mondo si fosse trovato ora, avrebbe sentito. Forse aveva fatto letture sbagliate. Forse. Ma ci credeva. Credeva che lui, invece, si sarebbe fermato un attimo a guardare, a sentire, il cuore sospeso a quel misterioso soffio che da lontano gli bisbigliava chiamami.Questo pensava, mentre, senza accorgersene, (facendo finta di non accorgersene) aveva lentamente estratto la foto dal velo di carta gialla dove l’aveva messa per proteggerla.
Un brivido fondo nell’incontrare quegli occhi, quell’azzurro.Come spalancare una finestra e fuori c’è il mare. Ricordi violenti, uno sull’altro. Un’irruzione come di folla in una piazza, urlante, colorata, nel sole.E lei, stremata, ormai a non riuscire più a fermare quel flusso scompigliato, quel fragore.Se ne stava abbandonata sul divano, le braccia distese, come una pupazza di pezza, vinta. Non si muoveva, molle di nostalgia.
Aveva lasciato cadere a terra la foto e subito l’aveva ripresa e ancora guardata e guardata. E guardata.Si può parlare ad una foto? Ma parlo con la foto? Sì, certo. Ci parlo. Lo fanno tanti, di parlare con le foto. Non è da matti, è normale.Chiamami, chiamami! Non mi senti?La mano sfiorava il disegno regolare delle labbra, le implorava. Sentiva quasi il liscio della pelle. Il calore. Forse era lei che era calda. Magari febbre. Chiamami! Non sei anche tu vuoto di me? Non senti come t’imploro? Parlava con la foto. Coi toni più caldi, più morbidi della sua voce. Forse se si fosse vista da fuori di se, se fosse stata un’altra che vedeva la scena le sarebbe venuto da ridere. O magari no. Non c’era mica tanto da ridere.E ancora a ricordare sguardi, gesti, quel grazioso portarsi una mano alle labbra, parlando. Lui, quasi per nascondere le parole troppo dolci.
Dio! quanto ogni momento, ogni preciso momento della loro storia se ne stava scolpito nel suo libro di ricordi. Impresso. Un marchio.
Non poteva chiudersi così una storia simile. Qualsiasi ostacolo poteva essere superato, qualsiasi.Ripensava a tutte le parole. Quante parole s’erano detti. Si scrutava dentro per capire, per capirsi, per capirlo. Per esorcizzare la paura di una fine.E continuava a guardare la foto. Tutt’attorno non c’era niente.
Tutto era nostalgia, desiderio, attesa. La stanza in penombra. Fuori la primavera degli altri.Improvvisamente, il telefono.E il numero apparso sul display.
Non era il suo. Ecco.
…
…
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(by poetella)