sabato 11 giugno 2011

Comunque forse se mi metto a scrivere...




Comunque forse se mi metto a scrivere



se mi metto a scrivere


forse, dico forse, certo,


ma magari riesco a riprendere un po’


di me, a raccogliermi


ché m’ero persa, sciolta come colore


nell’acqua, a onde concentriche


prima un piccolo punto vibrante


sospeso, come un’esclamazione


un richiamo di tortora


un’idea, un sorriso ancora nella mente


poi un’espandersi di vortici


di rimescolamenti di sogni


e di carne


un aspettare certi del dono


un cedere al tocco bruciante del dio


tremando


[tu sei una Dea, hai detto]



Zitto. Non parlare.


Le parole che voglio non le hanno ancora inventate


Le parole degli amanti sono aria


vapore, zitto



Ho dimenticato le cambiali della vita


sul tuo cuscino verde


le ho bruciate, forse.



E sorridevi, sulle labbra una mia lacrima



Che anche un’estasi può far piangere.


Non serve essere santi


per sbigottirsi del paradiso





(by poetella)




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domenica 31 ottobre 2010

Quando mi perdo...


Quando mi perdo
in questa vasca di luce chiara, ecco…
- una bella fine d’ottobre, davvero!-
tutto questo vibrare!

Gialli, verdi incupiti, i primi rossi accesi
che gocciolano sui muri come un pianto.

Mi basterà, poi, (domani o ancora…)
questa festa di cromie,
di forme oscillanti nel vento?
Mi basterà a intenerirmi come una dea benevola,
distaccata ed eterna, paga
della fioritura incessante dei colori?
- Senza memorie dolenti, senza futuro?
Né un luogo preciso da raggiungere.
O da lasciare?

Vienimi nell’aria, tu, intanto, adesso.
Nella luce, leggero, ancora.

Cara… hai scritto. Cara…
La coda bianca d’un aereo ha spaccato in due il cielo.

E il mio cuore non stava né di là, né di qua.



(by poetella)

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sabato 25 settembre 2010

Ecco, ormai aveva deciso...

Ecco, ormai aveva deciso. Via, cancellava tutto.Niente più messaggi nel telefonino. Niente documenti salvati sul pc.
Via le foto…No, quella stampata su carta no, non poteva buttarla. Quella no.Non poteva neanche guardarla. Veramente.Ogni volta era una stretta al respiro, come andare sott’acqua. Un crampo. Un sibilo di treno che sfreccia nella notte. E non lo vedi.Non poteva guardarla.Quindi non si poteva neanche buttare. (la scusa c’era)Sarebbe stata lì, in quella bustina gialla, nella sua borsa, o nell’altra.
Passando di tana in tana, chiusa, senza luce, senz’aria. Come lei.Un pezzetto di carta lucida, con dentro quegli occhi e tutti i ricordi.
Quei colori, quel sorriso appena disegnato, lieve, impercettibile, che si teneva nel cuore come un bagliore. E il contorno del viso, quella ciocca ribelle, da ragazzino spettinato che ha posato adesso adesso il pallone. Un po’ accaldato. E bello. Bello come la giovinezza. Come il sole che filtra dalle persiane la mattina. Cosa non si perdona alla bellezza. Lo dice anche Mann. Tutto si può perdonare alla bellezza. Si ricordava d’averlo letto da qualche parte. Ah, sì. La morte a Venezia. Sì, lì
Se la teneva per poterla guardare, quella foto. La Bellezza. Ancora. Guardare solo una volta. Ecco. Solo una volta. Magari. Ma no.A che sarebbe servito?E invece serviva. Certo. Guardarla solo un pochino. Affondare gli occhi in quegli occhi.Guardarla con una tale intensità da riuscire ad evocarla, a costruire l’immagine. A materializzarla.
Ti amo. Ogni volta pensava così. Mi sentirai, no?Certe volte aveva quasi la sensazione che il suo desiderio potesse tanto. Sarebbe riuscito a farla comunicare con lui. Attraverso quella foto. Tanto sentiva potente la forza dei suoi sentimenti. Tanto forte sentiva il rombo del mondo d’amore che aveva dentro. Che scoppiava. Ribolliva di struggimento. L’avrebbe sentita. Sicuro. (Ma no, piantala! Piantala. Stupidaggini.) C’era sempre una voce razionale pronta a prenderla a schiaffi, in fondo ai pensieri. Comunque.Però continuava fantasticare. Le fantasticherie vincevano sempre. E poi non aveva niente da fare. E nessuna voglia di far niente. Adesso.

Sperava che guardando tanto intensamente quella foto, facendosela entrare nell’anima, scavandola con gli occhi, bevendola come fosse una droga lui, ovunque, in qualsiasi luogo del mondo si fosse trovato ora, avrebbe sentito. Forse aveva fatto letture sbagliate. Forse. Ma ci credeva. Credeva che lui, invece, si sarebbe fermato un attimo a guardare, a sentire, il cuore sospeso a quel misterioso soffio che da lontano gli bisbigliava chiamami.Questo pensava, mentre, senza accorgersene, (facendo finta di non accorgersene) aveva lentamente estratto la foto dal velo di carta gialla dove l’aveva messa per proteggerla.
Un brivido fondo nell’incontrare quegli occhi, quell’azzurro.Come spalancare una finestra e fuori c’è il mare. Ricordi violenti, uno sull’altro. Un’irruzione come di folla in una piazza, urlante, colorata, nel sole.E lei, stremata, ormai a non riuscire più a fermare quel flusso scompigliato, quel fragore.Se ne stava abbandonata sul divano, le braccia distese, come una pupazza di pezza, vinta. Non si muoveva, molle di nostalgia.
Aveva lasciato cadere a terra la foto e subito l’aveva ripresa e ancora guardata e guardata. E guardata.Si può parlare ad una foto? Ma parlo con la foto? Sì, certo. Ci parlo. Lo fanno tanti, di parlare con le foto. Non è da matti, è normale.Chiamami, chiamami! Non mi senti?La mano sfiorava il disegno regolare delle labbra, le implorava. Sentiva quasi il liscio della pelle. Il calore. Forse era lei che era calda. Magari febbre. Chiamami! Non sei anche tu vuoto di me? Non senti come t’imploro? Parlava con la foto. Coi toni più caldi, più morbidi della sua voce. Forse se si fosse vista da fuori di se, se fosse stata un’altra che vedeva la scena le sarebbe venuto da ridere. O magari no. Non c’era mica tanto da ridere.E ancora a ricordare sguardi, gesti, quel grazioso portarsi una mano alle labbra, parlando. Lui, quasi per nascondere le parole troppo dolci.
Dio! quanto ogni momento, ogni preciso momento della loro storia se ne stava scolpito nel suo libro di ricordi. Impresso. Un marchio.
Non poteva chiudersi così una storia simile. Qualsiasi ostacolo poteva essere superato, qualsiasi.Ripensava a tutte le parole. Quante parole s’erano detti. Si scrutava dentro per capire, per capirsi, per capirlo. Per esorcizzare la paura di una fine.E continuava a guardare la foto. Tutt’attorno non c’era niente.
Tutto era nostalgia, desiderio, attesa. La stanza in penombra. Fuori la primavera degli altri.Improvvisamente, il telefono.E il numero apparso sul display.
Non era il suo. Ecco.



(by poetella)

venerdì 24 settembre 2010

questa pioggia...


Questa pioggia.
Finalmente scende.

Non uno scroscio
(gli alberi assetati e alteri fingono indifferenza),
ma goccioline fitte e brevi,
l’erba allo stremo che spande colore, adesso.

Un ringraziamento corale e tremulo, vedo,
del prato.(anche le panchine sembrano gradire)
Bisogna farsi piccoli per bearsi del poco.
Guarda l’erba. Che tremori, che sospiri.

M’asserena questo brillio,
quest’umore benevolo che sale dalla terra.
Sembra promessa di riposo e rinascita.
Potrebbe forse perdurare eterna una sete? Dico io?
(se ne morrebbe)

E dunque aspetto.
Anche io aspetto quel tuo bacio.
Teneramente, quietamente aspetto.

Andiamocene a spasso sotto la pioggia
che sarebbe bello vedere i tuoi occhi contro il cielo
grigio,
loro
unico slargo d’azzurro.

E i tuoi umori lieti. E i miei generosi germogli.



(by poetella)



lunedì 20 settembre 2010

un piccolo acino d’uva...


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La giacca. Messa.
Aveva deciso, poi. Scelto il classico. Tailleur. Giusto per sistemare le cose in una cornice ordinata. Solo un po’ scollata, la camicia di seta, così, perché lei era così.
Mica ci si può snaturare.
S’era data un’occhiata alla specchiera dell’ingresso. Di striscio. Soddisfatta, prima d’aprire la porta e uscire, sistemando la borsa a tracolla..
Adesso cominciava il mulinello, in testa, ferma davanti all’ascensore.
Ok, vado a piedi, aveva pensato. Faccio prima. Meglio.
Sette piani e il rumore dei tacchi. Le aveva sempre dato fastidio il rumore dei tacchi. L’idea di disturbare. Prendeva l’ascensore per non sentirlo.
Lo sapeva che era una fissazione, questa dei tacchi. Certo. C’era dietro qualcos’altro. Non disturbare. Fai la brava. Non dare fastidio agli altri. Sei una brava bambina. Bambina. Ora non più. Ma il fastidio restava. Certe cose restano. Pure se cresci. Visibile e lontana come una nuvola. Mai invadente. Cresci.

Eppure con lei spesso gli altri erano invadenti. Che poi non le dava fastidio.
O sì. Qualche volta sì. Insomma le piaceva, in genere, essere cercata, chiamata, sognata, (scendeva piano, cercando di non articolare troppo i piedi, per trattenere i tacchi. Evitare il rumore)
Ammirata, desiderata, adulata.
Cavolo. Le dava fastidio il cinturino del sandaletto, adesso. Ancora sulle scale aveva piegato la gamba all’indietro e sistemato il cinturino. Ok.
Ultimi gradini e fuori.
In una luce troppo… in un caldo. E il cielo. Azzurro. Azzurro come quegli occhi, che chissà che guardavano adesso. Chissà chi. Dove. E quel pensiero, un attimo e quel pensiero, veloce come un volo, come due ali nere che tagliano l’azzurro. Una falce in cielo. Quel pensiero: a che serve. Ecco. Questo aveva pensato. Liscio, liscio. A che serve. Camminando verso l’auto, con le chiavi in mano. Sui suoi tacchi. Nel suo tailleur di lino senape. Sotto quel cielo che non lo poteva guardare senza pensare a.

Prima di ingranare la marcia s’era guardata allo specchio.
Perché non si sentiva emozionata?
Eppure avrebbe dovuto. Andava a dare un volto a delle parole. A una voce.
Solo parole e voce, fin’adesso. Fluide parole, liriche parole. Dense come miele di cardo. Con un retrogusto amarognolo. Ci si conosceva. Poteva essere che.
Tutto poteva essere.

Guidava calma, nel traffico. Nessuna fretta d’arrivare.
Dalla macchina accanto, fermi al semaforo, qualcuno la guardava. La fissava.
Si sentiva quegli occhi addosso, senza voltarsi.
E passa, vattene, aveva pensato. Infastidita. Allo scattare del verde.
Neanche aveva guardato. Magari era una donna. Non lo sapeva. Non le interessava.
E di nuovo a pensare a lui. Mentre guidava verso quell’appuntamento con uno sconosciuto. O quasi. Pensava a lui. Ai suoi occhi. A quelle labbra piccole e regolari. Bocca da bambino. A quel naso, perfetto. La voce. Le mani, bianche.
Bianche e giovani. E forti. Pulite. Le sue mani su di lei. Sulla macchina fotografica. Le sue foto. Il suo mondo di luce. E d’ombra.

Tutto era chiuso fuori della macchina. Dentro solo lei e il pensiero di lui, tenace. Incancellabile. E Bach che si diffondeva nell’aria.
E lei che andava senza voglia. Senza speranza. O forse un po’. Solo un po’.
Una minuscola accensione, soltanto. Un piccolo appiglio. Chissà, magari…
E lui. Ancora e ancora.

La strada, la città. Bellissima e assolata, in quella fine d’estate. I platani. Il fiume. Non troppo traffico.
Arrivata. Cercato il bussolotto per il ticket del parcheggio.
A un passo dal posto dove si dovevano vedere.
Trovate le monete. Fatto biglietto. Messo in macchina. Solo ora s’era voltata verso l’edicola. Era lì che si dovevano vedere. E lui c’era. Lo sconosciuto. O quasi. Le parole avevano un volto, adesso. Un corpo. Due occhi. Un abito. Mani da stringere.
Ma non s’era acceso niente. Proprio niente. In testa, in cuore. Niente.

Mentre camminava, sorridendogli, mentre s'avvicinava, un piccolo acino d’uva le stava ruzzolando incontro. Verde e tondo. Chissà da dove. Chissà perché.



(by poetella)


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